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RITORNO ALLA TERRA DEL VINO, MANUEL MARCHETTI

RITORNO ALLA TERRA DEL VINO, MANUEL MARCHETTI

Dal Texas a Torino

 

(Parte 2)

Abbiamo lasciato il racconto dell’incredibile vita di Manuel Marchetti (LEGGI QUI LA PRIMA PARTE) a quando, giunto ad Austin dal Messico, gli si prospetta una non semplice decisione: continuare i suoi studi in Texas o ritornare in Piemonte, come vorrebbe la sua famiglia? Una scelta che Manuel, tuttavia, prende senza troppa titubanza. È nato in Guatemala, ha vissuto fino ai 18 anni in Messico, ha sperimentato l’efficienza e la vivacità del clima universitario Usa: se l’America è il suo mondo, il luogo dove è cresciuto, l’Italia rappresenta le sue radici, il concetto stesso di famiglia.

La Cinzano non andò in California e suo padre decise di tornare in Piemonte, perché scelse di seguirlo?

Quando l’azienda accettò il trasferimento di mio padre, lui cominciò a lavorare nella sede storica della Cinzano, a Santa Vittoria d’Alba: andammo a vivere a Trofarello e poi, per avvicinarci al suo luogo di lavoro, a Bra. L’Italia fino a quel momento, rappresentava  per me le vacanze estive, quei periodi in cui tornavamo a trovare, per qualche mese, i parenti. Ma, più profondamente, l’Italia era il mio personale concetto di «famiglia». In Messico avevo solo i miei genitori, in Piemonte avevo relazioni che si trasformavano in radici: anche se nato in Guatemala, ho sempre percepito la mia vera appartenenza altrove, alla terra dei miei avi.

La famiglia Marcarini in Guatemala

La Famiglia Marchetti in Guatemala

 

Come fu il suo sbarco nel Belpaese?

In realtà, drammatico. Sebbene legato affettivamente all’Italia, la realtà dei fatti fu per me difficile da accettare. Ero cresciuto in paesi abbastanza caotici e dalla complessa situzione socio economica, ma nulla mi preparava alla burocrazia italiana. Mi iscrissi all’università, facoltà di Informatica, ma non riuscivo a seguire le lezioni, tra spostamenti di aule, assenza dei docenti e aule impraticabili. Rischiai addirittura di essere incarcerato come «disertore della patria».

In che modo?

Sapevo di essere in età da servizio militare e mi presentai dai Carabinieri per chiedere il rinvio in quanto studente universitario. Quando videro che ero italiano, ma nato all’estero, non sapendo cosa fare, mi ribalzarono tra la questura e il commissariato. Di fatto persi un sacco di tempo, fino a giungere al Distretto Militare. Qui, di fronte ad un irreprensibile generale, venni a conoscenza che il termine per il rinvio era scaduto da 8 ore: «Lei è un disertore», urlò. «Io la dichiaro renitente».

Come andò a finire?

La gente che attendeva in coda aveva ascoltato tutta la conversazione. Aveva anche notato che ero in difficoltà con la lingua, perché sapevo solo lo spagnolo. Ci fu una specie di sollevazione a mia difesa, fino a che il generale fu “costretto” ad accettare il rinvio. Infine mi esentarono dal servizio militare per alcuni problema di vista.

Continuò a studiare?

Sì, ma scelsi un nuovo indirizzo. Mi iscrissi alla scuola di Amministrazione Aziendale, un ottimo corso. Studiai moltissimo per recuperare le mie lacune di italiano e per cercare di terminare in tempo gli studi: mio padre aveva nuovi progetti legati al vino in cui voleva coinvolgermi.

Vecchia insegna della Cinzano

Vecchia pubblicità murale della Cinzano

 

Che tipo di progetti?

Nel 1984 fondammo una società di export vini verso il Nuovo Mondo. Erano gli anni del boom enologico italiano e mio padre aveva migliaia di relazioni nel settore: il nostro desiderio era valorizzare la produzione enoica del Piemonte in un territorio – quello delle Americhe – dove era pressoché sconosciuta. Cominciammo a muoverci tra cantine e produttori e, dopo due anni di contatti, eravamo pronti con la prima spedizione. Ma arrivò lo scandalo del metanolo a distruggere i nostri sogni.

Non tutto il male venne per nuocere, come si dice.

Al contrario. Il metanolo distrusse il nostro commercio, ma aprì la porte al rinnovamento qualitativo dell’enologia italiana, Piemontese in particolare. Forzando un po’ gli eventi, si potrebbe dire che questo scandalo fu la mia fortuna. E fece da “intermediario”  con la mia futura moglie. Conobbi Luisa grazie al mio lavoro di esportatore: proveniva da una famiglia di produttori di La Morra, i Marcarini, che da generazioni producevano alcuni fra migliori Barolo della zona. Mi innamorai di lei per la sua concretezza, io ero un inguaribile sognatore.

Fu così che decideste di dedicarvi alla produzione di vino?

Non subito. Prima di sposarci e di dedicarci all’azienda vitivinicola della sua famiglia c’erano ancora due o tre avventure da vivere: un impiego come titolare di una cartoleria, poi di dirigente di una grande azienda tessile di Alba e infine un trasferimento in Spagna. Ma ancora non lo sapevamo…

LA STORIA CONTINUA QUI: LA MORRA - BARCELLONA, ANDATA E RITORNO

 

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